Chilografia-Domitilla Pitto-Edito da Effequ
Libri

Chilografia | Domitilla Pirro

Come dice il titolo, questa è una storia di chili. E di fame.

Una storia di sangue.

Sangue che è una parola strana, perché non ha plurale.

Sangue che è un nome maschile, anche se dovrebbe essere femminile, perché è qualcosa che appartiene alle donne da sempre, loro lo sanno.

Lo sa Palma, detta anche Palmina, o Mina, o Palla.

E lo sa anche il lettore, fin dall’incipit, che il sangue sarà il centro di tutto. L’inizio e la fine.

Per capire il tempo bisogna liberarsi delle parole. Le parole delle cose e le parole dei corpi. Le parole finite, quelle che si possono contare.

[…]

Poi c’è una parola che è corpo ma si comporta da cosa. Palma. Palma era: una bambina di undici anni, otto mesi e nove giorni, felice di cominciare la vacanze di Natale, figlia di Sauro e sorella di Clara […]. Palma è: l’immobilità dei sassi di fiumi, la durezza precaria di un gheriglio, la friabilità delle ossa vecchie, la vuota compostezza della lettera O.

Poi c’è una parola che non è corpo e non è cosa. Che non si può contare. Che è e basta, e non è finito. È il sangue. Sangue non ha plurale.

Questa è una storia per stomaci forti, ed è difficile parlare di Chilografia di Domitilla Pirro (pubblicato da effequ). Sto scrivendo questa recensione di pancia, perché è da lì che nasce tutto, batto sui tasti del pc, cerco di ricollegare i pezzi di un puzzle enorme, ripesco dalle sere passate sul letto senza riuscire a smettere di leggere – perché te stavi a scompiscià dalle risate – e da quelle in cui ho avuto bisogno di chiudere il libro, perché c’erano momenti in cui era difficile mandare giù le parole, si fermavano lì, nel mezzo della gola, e non andavano né su né giù.

L’autrice ci racconta della storia di una vita. La vita di Palma. Da prima che fosse parola e cosa e corpo, da quando insomma non era nemmeno un’idea nella testa (e nella pancia) della madre, fino a vederla diventare donna. Ed eccola lì, Palma: romana, figlia di genitori separati, con un padre quasi invisibile e una madre a cui non riesce a perdonare l’essersi rifatta una vita, sorella di Clara che pare perfetta con una vita (e un giro-vita) invidiabile. Palma che cresce in provincia e tutti sanno “a chi si fija”. Palma che frequenta gli scout. Palma che per tutti diventa Palla.

Palla invece sarebbe Palma. È il suo unico nome, qui. Quando chiede alle compagne se possono smetterlaperfavore, le Tigri rispondono sempre che non dipende da loro, che è colpa sua; che se Palma continua a ingrassare, l’anno prossimo sarà questo il suo nome Totem, il suo animale guida. Pesce Palla. Poi ridono. Sono stronze, le Tigri.

Fin da subito l’ho sentita vicina, le ho voluto bene. Per quel suo modo di cercare di farsi piccola, per il cuore grande. Ho sofferto per lei. Lei che non parla tanto, no, sta in silenzio, fa finta di dormire in macchina, osserva, non si ribella e butta giù tutto: i commenti, i giudizi, la sfortuna, il peso. Il cibo. Mangia, Palma. Mangia e cresce. E seguiamo questa crescita, la vediamo, lì, stampata nero su bianco, perché l’autrice sceglie di nominare i capitoli con il numero dei chili di Palma.

Mamma diceva sempre che la chiave della vittoria è l’assemblaggio. C’è un vasetto di miele del paese, in fondo al primo ripiano, e a fianco una scatola intera di Plasmon. […] Vanno benissimo, miele e biscotti. Vanno impilati, tipo lasagna, tipo tiramisù. Stesso dicasi per la Calvè che sta in frigo. Con quella si possono montare gli uni sugli altri i due ultimi pacchetti di Crackers Non Salati In Superficie. Stanno dietro ai tovaglioli. I pezzi rotti vanno messi sul cucchiaino. Li tiene insieme la Calvé. Quando finiscono anche le briciole (bisogna aspirare direttamente dalla tovaglia, oppure leccarsi l’indice e il medio e poi picchiettarli sul tavolo) si può raschiare il vasetto.

Nonostante riempia le stanze, Palma vorrebbe vivere in punta di piedi, non vista, certe volte vorrebbe perfino scomparire, e quando incontra il suo primo ragazzo, Giulio, sembrerà quasi farlo davvero (64 kg) e avrà mani da alieno. Poi si rifugia in un mondo virtuale, di videogiochi e di chatroom, in cui per la prima volta può essere chi vuole, e tornerà a mangiare e a mangiare e mangiare.

Quando vide Cappa Gì per la prima volta, intera e vestita di skinnissimi jeans, Palma si commosse. Aveva deciso di battezzarla Chilogrammi, e poi clonarcisi dentro: ma arrivata al dunque, davanti alle due barre lampeggianti da sovrascrivere con Nome e Cognome, non aveva trovato in sé la crudeltà necessaria per chiamarla davvero in quel modo, né per infliggerle fianchi e rotoli di ciccia. Le bambine grasse faticano un sacco a fare Dio. Perciò Cappa non si chiamò Cappa né K, ma Kate (Kate Game, che nella testa di Palma si pronunciava categàme come fosse un insulto in giapponese) e fu dal primo momento una meraviglia.

E grazie alle chatroom, conosce Angelo, anzi Tato76, che le farà scoprire EffeA, un forum dove si ritrovano i feticisti del grasso. Comincia così la loro relazione, prima virtuale, fatta di messaggini ed emoticon coi segni di punteggiatura, poi reale. Carnale. Escludente. Perché se in un primo momento Angelo sembra essere un’ancora, pagina dopo pagina la relazione attorciglia la protagonista e non la lascia andare. La soffoca. Chiude il resto del mondo fuori dalla Stalla, la casa dei nonni di Palma, dove la coppia va a vivere.

Ma lei, ancora, non parla. E continua a buttar giù.

Quando lui le diede della puttana (non proprio a lei: alla gonna, alla faccia pittata), Palma pensò che comunque era vero, stava meglio senza trucco.

Ecco, è davvero difficile parlare di questo libro.

Perché c’è dentro non soltanto un mondo, ma frammenti di galassie, di universi.

Ci sono le conversazioni tra K4T3G4m3 e Tato76 che ci riportano indietro, a quel periodo oscuro (e cancellabile) della nostra vita dove scrivevamo messaggi imbarazzanti e usavamo il ^____^ al posto dell’emoji giusta. Ci sono le citazioni nerdissime. Ci sono il pop e il pulp. C’è una bambina che potremmo essere noi, che subisce i (pre)giudizi altrui. C’è una ragazzina che non conosce il suo corpo e prende uno specchietto per vedere com’è-fatta-là-sotto. C’è una storia di non amore, di annullamento più totale. E c’è quel senso fisico di disagio, quello che (purtroppo) molte donne conoscono bene, e ti fa incazzare, sì, proprio incazzare, e vorresti prendere Palma e scrollarla fortissimo e dirle di urlare, di fare qualcosa, e la tua ansia cresce con i suoi chili. Chili che la (e ti) divorano. E poi, c’è la scrittura. Una scrittura curata in ogni singola parola e virgola e punto e spazio. Precisa. Ironica con i suoi inserti di romano. Vorace. Taglia come un coltello da carne, di quelli che recidono i nervi più duri e stoppacciosi. Va dritta al cuore della storia. Al cuore di Palma. E ti travolge così, come una fantavalanga, fino al finale che ti fa girare l’ultima pagina pensando che sì, per fortuna esistono persone che scrivono storie del genere.

Consiglio questo libro a: chi ha giocato a The Sims, a chi ricorda i tempi andati di Messenger e dell’inventarsi le faccine con parentesi e punti quando le emoji non esistevano, a chi ama il romano e le storie di una vita, a chi crede nel coraggio degli esordi e nel karma che gira, a chi vuole leggere qualcosa di nuovo e potentissimo.

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