L'inter(s)vista

La ricetta perfetta del “benessere digitale”

Inter(s)vista a Greta Rossi

Stavo aspettando il momento giusto per presentarvela, e ora quel momento è arrivato.

La persona che ho deciso di intervistare per questo mese è – rullo di tamburi – mia sorella. Ebbene sì, forse l’avevate già intuito dal cognome, oppure dalla somiglianza nella foto di apertura. Perciò, eccola qui: Greta Rossi, classe ’89, formatrice e cambiamondo di professione.

Non dirò altro se non: leggete quello che ha da dire, perché è roba davvero tosta.


Vorrei far partire tutte le inter(s)viste chiedendo, molto sinteticamente, tre cose per descriverti: un aggettivo, un oggetto e un luogo del cuore.

Potresti farmi questa domanda cento volte e credo che ogni volta la risposta sarebbe diversa, perché dipende un po’ dal momento della vita che si sta attraversando. Ad ogni modo, oggi la mia risposta è:

  • Aggettivo: Resilienza. Eh già, oggi questo termine è sulla bocca di tutti, ma mi ricordo ancora quando ne parlai per la prima volta con una mia amica 5 o 6 anni fa. Lei mi chiese che cosa significasse, così le parlai della capacità di rialzarsi in piedi dopo essere caduti e di continuare il proprio percorso nonostante le innumerevoli difficoltà che s’incontrano. Un po’ come una canna di bambù che si piega con il vento, ma non si spezza e torna sempre alla posizione iniziale, guardando verso l’altro. Ecco, di questa cosa io non ne avevo tanta, anzi. Ma pian piano, non senza fatica, ho iniziato a coltivare questa attitudine e oggi sono sicuramente più resiliente e determinata di quanto non fossi tempo fa.
  • Oggetto: Libri, libri e ancora libri. Leggere fa parte del mio lavoro, oltre che essere uno dei miei passatempi preferiti fin da bambina. Al punto che, da un paio di anni a questa parte, uno dei propositi che mi propongo per l’anno nuovo è quello di leggere un libro a settimana. Sebbene non abbia raggiunto l’obiettivo (né il primo né il secondo anno), ho comunque letto ben più libri di quanto ero solita fare; quindi direi che ha funzionato. Ci sto riprovando e finora sono in pari!
  • Luogo del cuore: Andover, Massachusetts. 10 anni fa ho avuto l’opportunità di studiare un anno presso la Phillips Academy ad Andover, una ventina di miglia a Nord di Boston, nel Massachusetts. Quell’anno ha rappresentato l’inizio di un nuovo capitolo per me, quello in cui la protagonista del racconto, dopo aver sentito la chiamata dell’avventura, parte per un viaggio per il quale non è minimamente pronta, ma sa benissimo che cambierà la propria vita. E così è stato per me: un anno che ha stravolto la mia realtà, aprendomi a nuovi orizzonti e aiutandomi a definire il percorso che avrei poi intrapreso dopo.

Se dovessi spiegare a un bambino che cosa fai, cosa gli diresti? Greta come occupa il suo tempo?

Chiederei a quest* bambin* se ha partecipato alla marcia dei giovani contro il cambiamento climatico tenutasi il 15 marzo 2019 e promossa dalla giovanissima attivista svedese Greta Thunberg con il movimento “Fridays for Future”. Ecco, direi a quest* bambin* che è arrivata l’ora di impegnarsi e contribuire in maniera attiva alla protezione del nostro pianeta. E che questo impegno inizia tutto dal ricevere un’istruzione – o meglio, un’educazione – adatta, che ci renda persone empatiche e compassionevoli, consapevoli e responsabili, curiose e coraggiose. Questi sono alcuni dei valori che cerco di trasmettere ai giovani attraverso la mia professione, che in fin dei conti è quella di formatrice. Sviluppo formazioni sull’innovazione sociale, sulla sostenibilità, sulla collaborazione e, soprattutto, sul benessere per i giovani attivisti e imprenditori sociali. E lo faccio attraverso le organizzazioni di cui sono co-fondatrice, come Akasha Innovation e Recipes for Wellbeing, quelle di cui faccio parte, come Ashoka e ChangemakerXchange, e attraverso palcoscenici dove posso trasmettere le mie idee, come TEDxBologna2016.

Formare, insegnare, trasmettere valori: cosa ti ha spinto a fare questo e perché è – e deve essere – importante?

Ci sono tanti piccoli tasselli che mi hanno portato a essere quella che sono oggi e a fare quello che faccio, ma credo anche che a volte cerchiamo di dare troppo significato alla nostra vita, di trovare per forza un senso alla nostra esistenza, un filo rosso che ci guida. Ma l’universo è caotico e misterioso perciò, invece di parlare di alcuni di questi tasselli, vorrei concentrarmi su un concetto fondamentale che regola tutto, ovvero l’interconnessione e l’interdipendenza. Che ne siamo consapevoli o meno, siamo intrinsecamente interconnessi gli uni con gli altri e interdipendenti gli uni dagli altri. La rivoluzione scientifica partita da Cartesio con il concetto di “Cogito, ergo sum” ci ha portato a vedere il mondo come una macchina, a separare l’uomo dalla Natura. Ma dietro l’illusione di questa separazione, c’è solo connessione perché l’uomo non è separato dalla Natura, non è neppure parte della Natura: l’uomo è Natura. Ciò significa che ogni nostra azione (o inazione) ha un impatto su altre persone, vicine e lontane, ma anche sulle altre forme di vita sul pianeta Terra. Questa realizzazione mi sembra una spinta più che sufficiente (almeno lo è stato per me) per scegliere una carriera che abbia a cuore il benessere individuale e collettivo di ogni forma di vita sul pianeta Terra. Così cerco, nel mio piccolo, di mettere in pratica (walk the talk in inglese) un nuovo modello di leadership consapevole, empatia e  responsabile, che possa ispirare altri giovani ad agire in servizio della società (intesa non solo come società “umana”).

In questo mondo liquido, digitale, in cui tutto è veloce e impalpabile, in cui molto del nostro tempo è risucchiato da schermi di smartphone e computer, che spazio c’è per la consapevolezza e l’uso responsabile? Che cos’è e cosa s’intende per “benessere digitale”? Quali sono gli ostacoli da superare e invece le possibilità?

Sicuramente si ha l’impressione che di spazio non ce ne sia molto, in questo nostro mondo dove si corre sempre di più e dove tutto cambia più velocemente. Ma credo che proprio per questo sia importante ritagliarsi spazi di consapevolezza, “islands of sanity in the midst of a raging destructive sea”come dice la scrittrice Margaret Wheatley. Questi spazi di consapevolezza rappresentano delle possibilità per aiutarci ad agire in maniera più etica e responsabile, per usare la nostra interconnessione e interdipendenza in modo da contribuire al cambiamento positivo.

Eppure, molte persone si sentono sopraffatte dalla velocità con cui sta cambiando il mondo, in parte determinato dalle tecnologie digitali sempre più “avanzate” e invasive. Così, ecco che emerge la necessità di benessere digitale. Ma di che cosa stiamo parlando? Per spiegare questo concetto, parliamo di cibo. Eh già, perché noi di Recipes for Wellbeing siamo proprio dei foodies (amanti del cibo)! Parliamo di dieta (intesa come regime alimentare e norme di vita e non prescrizioni alimentari per farci perdere peso): ognuno di noi ha bisogno di una dieta che sia equilibrata, varia e che includa attività fisica per stare bene. Abbiamo bisogno di carboidrati, grassi e proteine, ma anche sali minerali e vitamine. Tutti questi elementi devono essere bilanciati in maniera armoniosa e il tutto deve essere compatibile con le nostre necessità fisiologiche. In maniera analoga, il “benessere digitale” (digital wellbeing in inglese) consiste nell’avere una dieta digitale che sia “sana”: ciò significa “mangiare” tutto ma in maniera consapevole e senza eccessi. Quanti di noi invece si cibano per lo più di zuccheri e grassi online, ovvero trascorrendo ore e ore sui social alla ricerca di gratificazioni istantanee e approvazione esterna? O altri che consumano per lo più “cibo spazzatura”, guardando video e leggendo contenuti che inibiscono la mente, invece di arricchirla?

Quindi, il benessere digitale consiste nel creare e mantenere un rapporto sano con la tecnologia. Vuol dire sfruttare la tecnologia in modo da conseguire i nostri obiettivi senza distrazioni e interruzioni inopportune. Già, perché le distrazioni sono parecchie. Vi ricordate l’ultima volta che avete guardato un film senza controllare il vostro cellulare almeno una volta? Che avete preso un caffè con qualcuno senza che nessuno avesse il cellulare sul tavolo e buttasse un occhio alle notifiche? O che avete ammirato un paesaggio senza sentire il bisogno di scattare una foto? Nessuno dei comportamenti menzionati è necessariamente “sbagliato”, ma denotano una chiara tendenza moderna per la quale moltissime persone interagiscono con il mondo circostante sempre di più attraverso dispositivi digitali, creando una distanza maggiore tra loro e gli altri.

Non mi soffermo più di tanto sugli effetti negativi della tecnologia, perché ci sono sempre più studi che portano alla luce tutti i suoi lati “pericolosi”. Solo un paio di statistiche per mostrare quanto le tecnologie digitali abbiano un impatto sulle nostre vita, promuovendo una cultura lavorativa “always-on”: secondo l’American Psychological Association, il 53% degli Americani lavora anche il weekend, il 52% lavora al di fuori del proprio orario di lavoro e il 54% lavora anche quando è in malattia. Quindi, la maggiore flessibilità dovuta agli sviluppi tecnologici degli ultimi anni in realtà porta le persone a lavorare ancora più ore, con effetti negativi sul livello di stress e salute mentale, ma anche di soddisfazione professionale e senso di realizzazione.

Come ogni cosa, ci sono anche degli aspetti positivi. Per quanto mi riguarda, senza la tecnologia digitale farei fatica a fare quello che faccio, a gestire due organizzazioni con co-fondatori che non abitano nello stesso Paese, a organizzare formazioni, eventi e attività in tutto il mondo, a condividere la mia conoscenza e la mia esperienza nella speranza che raggiunga milioni di persone… La virtù sta nel mezzo, così si dice, no? Ecco, penso che se trovassimo una sana via di mezzo, riusciremmo a minimizzare gli effetti negativi della tecnologia e ottimizzare quelli positivi. Ma ciò richiede impegno e disciplina.

Hai avuto l’opportunità di collaborare con Google. Cosa dicono i “big” su questo argomento?

Premetto che non posso parlare a nome dei “big” ma posso condividere la mia esperienza di collaborazione con Google, uno dei primi tech-giants ad iniziare un dialogo propositivo sul tema del benessere digitale. Per Google, la tecnologia è ottima quando migliora la nostra vita, invece di distrarci. Ecco perché da qualche mese a questa parte, si stanno interessando molto al concetto di benessere digitale. L’anno scorso sono stata invitata, a nome di Recipes for Wellbeing, a contribuire ad un nuovo corso (gratuito e disponibile anche con i sottotitoli in italiano) sul benessere digitale realizzato da Google. Questo corso ha lo scopo di aiutare le persone ad avere una maggiore consapevolezza dell’uso che fanno del digitale e dei social media e di sviluppare (e poi mantenere) delle abitudini sane ed equilibrate. Qui trovi il link ad un blog post (in inglese) che ho scritto per The Wellbeing Project per presentare questi nuovi contenuti sul benessere digitale.

Hai qualche consiglio o esercizio da applicare quotidianamente per chi lavora tanto con il digitale?

Di tanto in tanto, io faccio dei digital detox dove mi “scollego” dagli schermi per periodi che vanno dalle 24 ore (durante un weekend) alle 2-3 settimane (durante le vacanze). Ma capisco che per alcune persone che lavorano tanto con il digitale, tipo i social media manager, uno stacco tecnologico possa sembrare impossibile. Perciò, vorrei condividere alcuni suggerimenti per preservare la propria salute mentale quando non si riesce a staccare dal digitale. In particolare, si tratta di suggerimenti (adattati da “7 Mental Health Tips for Social Media Managers” di Taylor Loren) per controllare i propri feed sui social così da diminuire l’impatto negativo sul benessere mentale. La “ricetta” completa (in inglese) è qui.

  1. Smettere di seguire gli account che non ci fanno sentire bene, che ci stressano o che ci fanno venire ansia.
  2. Silenziare o bloccare parole chiave per evitare certi argomenti che ci deprimono o portano negatività. Al momento questa opzione è disponibile solo su Twitter e può essere temporanea o per sempre.
  3. Seguire account che ci ispirano e che portano energia positiva.
  4. Filtrare i commenti per evitare di aver a che fare con atteggiamenti aggressivi e offensivi. Potete bloccare parole specifiche per evitare certi commenti o bloccare la sezione commenti.
  5. Definire le vostre intenzioni se notate che la vostra salute mentale sta peggiorando anche a causa dei social. È utile chiarire quali sono i vostri obiettivi così da aiutarvi a rimanere concentrati e non distrarvi.

Per altri consigli o esercizi per migliorare il nostro rapporto con il digitale, vi consiglio mindful emailing e mindful tech meditation.

Una frase mantra?

Come per la prima domanda, anche i “mantra” cambiano a seconda della fase della vita in cui mi trovo. Per quanto riguarda la sfera professionale, un mantra che mi dà tanta forza è l’invito del presidente Theodore Roosevelt: “do what you can, with what you have, where you are” ovvero “fai quello che puoi, con quello che hai, dove sei”. Un invito per ognuno di noi a fare la nostra parte, a portare il nostro contributo, per quanto possa sembrare piccolo, per migliorare la nostra realtà e quella futura. Invece, personalmente, un concetto che sto mettendo in pratica sempre di più è “this, too, shall pass” di Eckhart Tolle – ovvero l’accettazione dell’impermanenza di ogni cosa, del continuo farsi e disfarsi della realtà. Ciò mi aiuta a mantenere serenità anche nei momenti meno piacevoli.

Ora capite chi è quella intelligente delle due?

 


Ringrazio Greta per la disponibilità e la pazienza nel rispondere alle domande e, soprattutto, la ringrazio per l’aiuto prezioso a scattare le ventordicimila foto che mi servono per Svoltapagina.

Di link nell’articolo ce ne sono parecchi, perciò se volete curiosare e scoprire qualcosa di più su di lei e sulle cose fittissime che fa per migliorare questo mondo, buona ricerca!

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